A CARNEVALE OGNI SCHERZO VALE
Ognuno di noi vive la propria vita nel rispetto di molte
regole sociali: leggi, convenzioni, regolamenti da rispettare, gerarchie da non
scavalcare… ogni tipo di società umana (tanto la nostra comunità alpina, quanto
una comunità tribale del Centrafrica) da sempre promette una vita felice e
protetta a chi rispetterà le regole condivise, e allo stesso modo promette
punizioni a chi invece oserà travalicare le norme della convivenza
civile.
Proviamo ora ad immaginare una giornata all’anno, ogni
anno, in cui poter trasgredire tutte queste regole. Ci risulta difficile,
incastonati come siamo dentro al nostro preciso ruolo che la società ha
affidato a ciascuno di noi; ma è utile provare a fare uno sforzo. Una giornata,
una giornata sola in cui l’unica legge sia “non avere leggi”, dove non ci sia
né schiavitù né nobiltà, nessun Re (e nessun Sindaco) garante dello Stato. Un
giorno in cui le forze dell’ordine siano totalmente assenti dalle strade.
Forse a qualcuno è venuta in mente l’apocalisse, mentre
nell’immaginario di qualcun altro invece questa idea non era poi tanto male.
Ma ciò che conta è che non abbiamo inventato nulla, perché
proprio questa è l’idea alla base della festa del Carnevale, una tradizione le
cui origini si perdono nell’antichità. Come messo in luce dagli studi
dell’antropologo René Girard (1923-2015), in tutti i gruppi sociali del mondo,
dai villaggi della Groenlandia alle tribù Masai, dalla élite finanziaria di
Manhattan alla piccola isola di Okinawa, troveremo la creazione di un rito in
cui, una volta all’anno, le regole normalmente in vigore vengono sospese per
lasciar posto alla satira e al rovesciamento dell’ordine.
Perché? La risposta è complessa, ma un indizio ci
viene dato dallo strumento che più ci fa venire in mente il Carnevale: la
maschera. Mettere una maschera significa nascondere la propria identità e la
propria posizione sociale. Anche se ci sembra una cosa da bambini, i costumi di
Carnevale hanno da sempre la capacità, un giorno all’anno, di annullare le
differenze: far scendere in piazza gli schiavi accanto ai nobili, le donne
dell’alta società a fianco delle contadine. Una confusione temporanea che in tutte
le comunità ha da sempre il compito di stemperare la tensione sociale e
sciogliere le lotte tra le varie classi, prima che si trasformino in una guerra
civile. Un “fare finta” che ha il compito di evitare il peggio.
Il momento clou di questo rito, ancora vivo in molte
città italiane, è il rogo di un fantoccio di cartapesta mentre si suona una
marcia funebre. In alcune tribù della foresta amazzonica è il Re del villaggio
a subire, in quel giorno, ogni sorta di umiliazioni; esistono invece società
africane nelle quali un capro viene proclamato Re e successivamente ucciso (da
qui il termine di “capro espiatorio”). Con questi gesti, il manichino (o il Re,
oppure un animale) viene riconosciuto colpevole di tutte le liti che, durante
l’anno appena trascorso, hanno dilaniano e inquinato la comunità. Il rito di
bruciare, colpire e uccidere il capro espiatorio conclude il periodo folle del
carnevale. Nella comunità è tornata la pace: si può riprendere con più slancio
la vita di tutti i giorni.
Una temporanea sospensione delle differenze, un
momento di svago che fa bene a tutta la comunità: è quello che vuole essere
anche il Carnevale di Livigno e Trepalle, ormai alle porte. Il nostro desiderio
è che possa essere davvero un momento di incontro e di scambio, dove rinsaldare
l’amicizia tra tutti i compaesani, in un clima di festa e di leggerezza.
Nessuno manchi all’appello!
di Daniele Rocca*
*filosofo ed insegnante
Immagine dal Carnevale di Schignano.
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